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Damiano al tempio Zen Hokoku-ji di Kamakura, 18 dicembre 2000.
Lunedì 18 dicembre: Se avete solo un giorno in Giappone, ecco il posto ideale... Kamakura mon amour!
Lunedì 18 dicembre è
il primo giorno di vacanza dopo la conferenza. Decidiamo di andare a Kamakura,
a 50 km da Tokyo. Si tratta di una località turistica anche per
i giapponesi stessi, che in estate ne affollano le spiagge o comunque vengono
a visitarne i monumenti. Il clima caldo dovuto anche alla vicinanza del
mare la rende meta frequente degli abitanti di Tokyo. La mia guida dice
che se durante un viaggio a Tokyo si ha una sola giornata libera per il
turismo, Kamakura è la meta giusta. Noi siamo interessati a vedere
un minimo di Giappone extra-Tokyo, e in particolare la statua del Buddha
gigante in meditazione di tredici metri (Daibutsu), più alcuni tra
i sessantacinque templi shinto-buddhisti e giardini zen della zona. Uscendo
dall'albergo a Tokyo troviamo il professor Daiba che sta andando a trovare
un collega russo che alloggia al nostro stesso albergo. Ci accordiamo per
sentirci più avanti. Usciamo e prendiamo il treno a Tokyo centrale
in mattinata e partiamo.
Procediamo in direzione sud ovest
e il paesaggio che vediamo dal finestrino è abbastanza sconfortante.
La periferia di Tokyo è molto densa, edifici ammassati le cui mura
distano al più poche spanne. Le finestre sono quasi inutili, anche
spalancandole ci si ritrova davanti il muro annerito dallo smog dell'edificio
di fronte. Viene da chiedersi perché le istituzioni Giapponesi non
impongano un minimo di standard per evitare queste situazioni, ma poi ricordo
la densità di popolazione
Il treno continua. Molta gente dorme
durante il viaggio. Ricordo che spesso abbiamo visto persone dormire anche
in metropolitana. Sembrano sfinite, forse hanno fatto qualche turno notturno
a Tokyo e ora stanno tornando alle loro case di periferia. Il treno ha
un display luminoso che indica la prossima stazione sia in ideogrammi sia
in caratteri alfabetici. Dal finestrino si vede la grande scultura con
la testa di Kannon (bodhisattva della misericordia) su una collina. Arriviamo
a Kamakura e scendiamo.
La città è interessante.
Alla stazione una signora addetta alle informazioni turistiche ci porge
una mappa e ci segnala le tre attrazioni principali, consistenti in un
paio di complessi di templi e nel grande Buddha. Io insisto chiedendo se
c'è altro, avendo in mente anche qualcosa di meno turistico. Ci
segnala allora un paio di siti zen, con dei bei giardini, che in effetti
sono un po' fuori dal giro principale. Cominciamo la visita dal tempio
principale, e per arrivarci percorriamo una via pedonale piena di negozi
per turisti con prezzi decisamente elevati. Si parla di parecchie decine
di migliaia di yen per singole tazzine o coppette decorate, per esempio.
Giunti al complesso di templi che
costituisce il santuario Tsurugaoka-Hachimangu, posto su una collina, scorgiamo
le enormi porte "torii" (a pi-greco) e la lunga scalinata che conduce ai
complessi superiori.
Kamakura, 18 dicembre. Un ponte sulla via che conduce al tempio Tsurugaoka.
Le porte torii sono tipiche dei
templi shintoisti. In genere sono tre in successione, e servono a purificare
il devoto mentre vi passa sotto. Hachimangu è una divinità
della guerra, patrono dei Minamoto: il tempio originale risale al 1063
ma è stato spostato poi nella posizione attuale nel 1191, ed è
stato teatro di eventi drammatici. Davanti alla porta esterna un signore
con un carretto è a disposizione di possibili clienti per fare il
"taxi umano". Saliamo i gradini e il complesso si rivela interessante anche
per le architetture inconsuete per i nostri standard e per il contesto
naturale in cui è immerso, che risulta piacevole e riposante.
Kamakura, tempio Tsurugaoka e dintorni, 18 dicembre 2000.
Lasciato questo primo complesso
di templi continuiamo la visita a Kamakura dirigendoci verso i due giardini
zen, che raggiungiamo con una camminata in direzione esterna al centro.
Lungo la via passiamo anche per l'accesso iniziale conducente al tempio
Sujimotodera, forse il più antico tempio zen di Kamakura, scorgendo
una quantità di cartelli a ideogrammi lungo la scalinata che penetra
nel verde, ma non essendo la visita in programma passiamo oltre.
Kamakura, scalinata che conduce al tempio Sujimotodera, 18 dicembre 2000.
Il primo dei due templi zen che
visitiamo è il Jomyo-ji. Gli edifici sono sobri e i loro colori
in armonia con quelli del giardino. Vediamo anche un cimitero, che spicca
per l'assenza di croci e per l'abbondare di monoliti o parallelepipedi
con iscrizioni in ideogrammi. A parte questa differenza, però, l'atmosfera
è molto simile a quella di molti dei nostri cimiteri. Immagino che
i luoghi di sepoltura dei defunti risultino necessariamente simili, indipendentemente
dalla religione prevalente. Il giardino e la capanna in legno per la meditazione
sono molto belli nella loro apparente semplicità, e i colori dell'autunno
si fondono in modo quasi continuo, con molte tonalità di marrone
fino a estremi gialli e rossi, in un miscuglio che ha un'armonia quasi
magica, grazie anche ai magnifici ciliegi.
Kamakura, 18 dicembre, tempio zen Jomyo-ji, sala di meditazione.
Anche il secondo tempio, l' Hokoku-ji,
che si trova poco a sud al di là della strada principale che attraversa
il paese, è molto interessante. All'esterno osserviamo la tradizionale
campana percuotibile lateralmente con un tronco, il giardino molto bello,
ancora il magico fondersi del colore rosso-giallo delle foglie con il marrone-verde
delicato della vegetazione.
Kamakura, 18 dicembre, giardino del tempio Hokoku-ji.
Visitiamo anche il giardino posteriore
con enormi piante di bambù alte parecchi metri. Un sito decisamente
incantato.
Kamakura, 18 dicembre. Fabio osserva il giardino di bambu' del tempio Hokoku-ji.
Alle 6.00 di mattina di domenica
qui è possibile praticare zazen, e mi rattrista il fatto che non
ne avrò l'occasione.
Usciamo e andiamo verso la fermata
dell'autobus che pensiamo di prendere per tornare verso la stazione ferroviaria,
da cui riprendere la visita. Presso una delle onnipresenti macchinette
per le bibite calde e fredde, adiacente alla fermata, prendo una limonata
Kinrin. Arriva l'autobus. Si sale dalla porta centrale, si ritira un biglietto
e si paga all'uscita. Qualche bambino ci guarda stupito, evidentemente
incuriosito anche dai miei occhi chiari, mentre i genitori gli fanno cenno
di non fissare. A fianco degli strumenti di guida, l'autista ha delle incredibili
macchinette convertitrici di monete/banconote in monete di taglio più
piccolo. Con elevata destrezza ci dà il resto per i biglietti che
paghiamo con banconota, e scendiamo alla stazione in attesa dell'autobus
che porta al Daibutsu.
Mentre aspettiamo, passano molte
ragazze e ragazzi in uscita da scuola, tutti in divisa. Le ragazze portano
giacca e gonna blu, con calzini bianchi e scarpe mocassino nere. È
stagione avanzata e spesso è freddo, sicché alcune scolare
hanno delle calze bianche lunghe stile aerobica che però al momento
tengono arrotolate verso il basso, con uno strano risultato estetico. Più
tardi vedremo invece ragazze vestite in modo simile ma con calze normali
(da donna) blu scuro. Non capisco però se la differenza sia dovuta
all'età o se scuole diverse richiedano divise diverse. Questo aspetto
delle divise mi incuriosisce, viste le molte ragazze in età
appena post-scolastica che girano a Tokyo con capelli tinti di viola e
parecchi centimetri di tacchi e zeppe. Al contrario, l'abbigliamento dei
ragazzi non sembra variare altrettanto con l'età o la scuola
classica
divisa blu da studente alla "Ataru Moroboshi"/"Tommy la stella dei Giants"
per tutti. Alcuni indossano scarpe da ginnastica e anche il berretto abbinato
alla divisa, ma le scarpe non sono tutte uguali, e qualcuno porta anche
scarpe eleganti.
Arriva l'autobus che ci porta al
grande Buddha. La statua è stata fusa nel 1252, ed era rimasta chiusa
in una sala di meditazione che venne distrutta da un'inondazione nel 1494.
La statua misura 13 metri di altezza, 29 metri di larghezza alla base e
pesa almeno 90 tonnellate. Da lontano è già impressionante.
Le fattezze non sono quelle di un asceta indiano ma di un giapponese. Mostrando
un classico viso massiccio e occhi giapponesi, e seduto leggermente incurvato
in avanti, il Buddha Amida della luce infinita nel paradiso d'occidente
fa una certa impressione. Scatto una ventina di fotografie, poi entriamo
nella statua di bronzo da una porticina sul fianco, sebbene l'accesso ai
piani superiori dell'interno della statua sia bloccato. Vicino al sito
ci sono alcuni chioschi per souvenir all'occidentale, i cui gestori incoraggiano
i clienti a comprare, i primi di questo tipo che vedo da quando sono arrivato
in Giappone.
Lasciamo il grande Buddha e ci
dirigiamo verso il tempio di Hase Kannon, divinità della misericordia,
con all'interno una statua lignea di Kannon alta nove metri. Questo tempio
è sede della setta buddhista Jodo-Shu, e costituisce il secondo
grande complesso che viene generalmente suggerito ai turisti. Non so se
sia a causa dell'ora propizia, ma questo complesso di templi sembra godere
di un'elevata frequentazione popolare. Molti devoti salmodiano, famiglie
e bambini sono in visita, si vede una certa attività celebrativa
che nei posti precedenti non avevamo riscontrato. Nei giardini si vedono
anche le centinaia di statuine di pietra che avevamo visto anche altrove,
alcune addobbate con sciarpine, bavaglini rossi, cappellini o altri accessori
in miniatura.
Kamakura, 18 dicembre. Daibutsu e sulla destra Jizo, presso il tempio di Hase Kannon.
Raffigurano un sacerdote calvo che
tiene in una mano una pietra preziosa e nell'altra un bastone con tre anelli.
Si tratta di Jizo, il patrono dei bambini, delle donne incinte e dei viaggiatori.
Ci dirigiamo verso un edificio
dove i fedeli si ritrovano per un caffè e dei dolci. Prendiamo un
caffè e delle polpettine di riso dolce con salsa di soia.
Kamakura, 18 dicembre. Damiano davanti al tempio di Hase Kannon e Fabio sul giardino di accesso.
Finita la visita usciamo dal complesso
e riprendiamo la via verso la stazione, con bancarelle che vendono pesce
crudo, dolci e altro. Giunti alla stazione, saliamo sul treno per Tokyo.
È quasi sera. Molti scolari stanno tornando a casa in treno, ancora
ragazzi e ragazze in divisa, ragazze più grandi in abbigliamento
ribelle ma anche signore e giovani donne eleganti, e uomini in tuta da
lavoro o in giacca e cravatta. Noto una ragazza dai lineamenti raffinati
e delicati dall'espressione assorta e sui ventiquattro anni con capelli
nero naturale di lunghezza media che scendono compatti fino a sopra le
spalle, con un vestito elegante rosso bordeaux scuro, calze grigio scuro,
e labbra, scarpe e borsetta lucide e in tinta con l'abito. Vorrei scattarle
una fotografia ma sono sprovvisto di Flash, quindi accantono l'idea e osservo
il paesaggio urbano, senza però trovare nulla di particolare da
fotografare. Scolari e lavoratori salgono e scendono alle fermate intermedie
lungo tutto il percorso per Tokyo, e alcuni studenti hanno l'aria molto
stanca. Il treno si mantiene in perfetto orario.
Giunti infine alla stazione torniamo
all'hotel. C'è un messaggio del professor Daiba che ci invita i
due giorni successivi in montagna per un giro ad Hakone e sotto il monte
Fuji. Telefoniamo e ringraziamo per la proposta molto generosa e proponiamo
come alternativa la meta del programma già redatto, cioè
Nikko. L'indomani però impegni imprevisti del professore renderanno
impossibile l'incontro, ma ci ripromettiamo di combinare un meeting successivo.
Dopo la telefonata e un breve riposino
andiamo a passare la serata ancora a Roppongi. Per cenare sul sicuro andiamo
su un filetto di vitello e un pollo arrosto con abbondanti contorni da
Tony Roma, un ristorante non propriamente Giapponese, che scopro a posteriori
essere consigliato dalla guida. Usciti, passeggiamo per Roppongi verso
la torre di Tokyo quando un personaggio di un metro e novantacinque con
la stazza di un carro armato ci stringe la mano e ci invita a vedere il
"suo" bar, il Wall Street pub
come rifiutarsi? Si chiama Peter ed è
un nero Americano. Il posto non è male ma è ancora deserto,
quindi camminiamo e gli diciamo che ripassiamo forse dopo. Peter ama conversare
e ci dice che l'Italia gli piace, che è cattolico e che secondo
lui le donne italiane sono le migliori, perché per lui costituiscono
una vera sfida, mentre le altre sono troppo facili da conquistare. Mentre
mi chiedo perché con noi italiani gli stranieri parlino spesso solo
di donne o di religione, sebbene questo sia meglio della solita pasta,
mafia, nutella, calcio, ferrari e mamma, salutiamo Peter e riprendiamo
la nostra camminata verso la torre di Tokyo.
A proposito di religione, incrociamo
un sacerdote cristiano che riconosco dal colletto tipico, e poco dopo passiamo
a fianco di una chiesa cristiana, arrivando infine alla torre illuminata,
che brilla nella notte. La torre risale al 1958 ed è stata realizzata
sul modello della tour Eiffel. Mentre la torre francese misura 300 metri
e mezzo di altezza, la torre di Tokyo misura 333 metri, risultando quindi
più alta. Pur essendo leggermente più grande della torre
Eiffel, è sistemata in mezzo a degli edifici senza un apparente
criterio, diversamente dalla corrispondente sorella Parigina. Anche sotto
la torre stessa c'è un edificio di cemento. I tralicci danno l'impressione
di essere meno spessi ma più fitti di quelli della torre Eiffel,
ma forse è solo un'impressione prospettica, e la base, vista da
sotto, sembra più grande. Indubbiamente, la torre illuminata fa
una certa impressione, dando anche l'illusione ottica di essere storta
quando vista da sotto.
Torniamo infine verso Roppongi
centro. Sono ormai le 23.00 circa quando entriamo in un supermercato notturno
e compriamo un paio di volumetti di manga per i nostri amici in Italia,
per poi uscire e continuare a passeggiare. Vicino alla metropolitana entriamo
in una libreria. Non hanno quasi niente in lingua inglese, e i romanzi
e manga hanno un aspetto strano per noi, scritti sempre dall'alto verso
il basso e da destra a sinistra. Inoltre, si sfogliano all'incontrario.
Inutile insistere, non ci capiamo niente, e decidiamo infine di tornare
in hotel.
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